martedì 13 novembre 2012

Voce del verbo Instagram

Chiarisco che il mio rapporto con la tecnologia non è mai stato esemplare, cosa per cui ho sempre patito assai, del tipo che oggi, a 30 anni, ho il mio primo Mac, ma lo uso con enorme incapacità, del tipo che oggi ho il mio primo Smartphone (no, però questo so usarlo grandemente), del tipo che alla pronuncia di tutti quei tecnicismi come hardware, software e simili io dico "boh!".

Allora, per adeguarmi a questi tempi tecnologici che corrono, ho cominciato a utilizzare Instagram, applicazione gratuitissima che ti consente di scattare foto per poi "filtrarle" così da renderle ancora più "estetiche". All'inizio scattavo qualsiasi roba, viva, morta, indegna, poi ho imparato a scremare. Una cosa è inconfutabilmente vera: su Instagram siamo tutti più boni!

Dimostrazioni pratiche:

Qui indosso delle scarpe di Pollini, un vecchio cappotto di Sisley, una borsa Vintage di cui vado fiera e dei jeans di Zara.




Qui invece indosso delle calze senape di H&M, delle francesine di Samsonite e mi trovo in metro munita di ombrello (tiodiopioggiamilanesefastidiosissima).



Questo è un look "vintage" in vendita su Sine Modus 



Queste sono di Giorgia, graziosamente impunturate e con nappine, ma lei, che lavora per Gallo, ci teneva a sottolineare quanto fossero delicious le sue calze!



E ancora io con i miei primi e nuovi occhiali di Prada, me li sono regalati al mio trentesimo compleanno, per darmi un'autopacca sulla spalla e dirmi che andava tutto bene, anche se con un piede nella fossa. 



Ah, poi ci sono tutti i miei piatti succulenti che ogni volta immortalo con grande orgoglio:

Il soffritto pre-pasta e piselli



Verdure grigliate con pinoli e parmigiano (in verità per quest'ultimo devo riconoscere il merito al mio amico vegetariano Johnny)



Quindi Instagram mi piace o no? sì, se penso che condivido le foto degli altri utenti quando mi stimolano, mi ispirano, mi divertono; sì, quando "acchiappo" frasi, immagini che hanno raccolto la mia attenzione e scopro che poi incuriosiscono anche gli altri; no, quando s'innesca il meccanismo del fanatismo e del narcisismo da foto in bagno per ostentare gli addominali.

Voi cosa ne dite?

Intanto io vi dico che ci vediamo su Instagram!

Una buona e scomoda serata!

mercoledì 7 novembre 2012

Velvet chiude. Ei fu l'editoria dei contenuti

Oggi ho appreso una notizia per me sconcertante: Velvet, mensile edito da l'Espresso,  è in uscita con il suo ultimo numero. Caput, morte, fine, trapasso, lutto. Ho comunicato il mio sbigottimento a chi di dovere, atto minimo, ma mi rendo conto che il mio come il dispiacere insieme alla delusione di tanti non servirà a restituire un ruolo (il lavoro) oltre che una sedia a tutti i suoi dipendenti. Le motivazioni sembra si adducano al fatto che il giornale risultasse, ai piani alti, obsoleto. Il dizionario dice che questo aggettivo sta per "vecchio, antico, desueto". Io acquisto Velvet dalle sue primissime uscite, dentro ci ho sempre trovato articoli sugli argomenti più disparati, ho letto di architetti visionari, di viaggi straordinari, di donne che con la loro partecipazione alla vita un po' hanno cambiato quella del mondo intero, ho letto di stilisti emergenti o di quelli noti con le cui creazioni sono stati realizzati servizi intriganti, eleganti, provocanti. Il punto è che questo giornale andava letto, non sfogliato, scorso distrattamente, no proprio letto. In questo giornale si trovava un po' della tanto compianta cultura, ecco il suo neo. Chi ha voglia di  apprendere oggi, chi aspira a qualche ora di relax fatta di parole di carta, chi si nutre di pagine dalle quali sempre è partito per me un imput per riflessione, per approfondimenti? Sì, era vecchio, desueto, obsoleto nella misura in cui oggi la cultura è tale e cadono così i suoi ultimi divulgatori. 

Rodolfo De Benedetti, ormai nuovo presidente della Cir (società nella quale rientra anche il gruppo l'Espresso) il 31 ottobre scorso, a questo quesito ("Anche lei Rodolfo ha nel cuore i giornali del gruppo? In passato è parso il contrario. Quando potrà decidere, si diceva, Rodolfo venderà") ha risposto: "Considero l'editoria una parte integrante e irrinunciabile del nostro portafoglio di partecipazioni. Vorrei che mi si credesse non perché lo dico, ma perché lo faccio. Certo, il settore e il mercato sono difficili e pertanto è necessaria una gestione di grande rigore. Anche in editoria i conti devono tornare; i bilanci in regola tutelano l'indipendenza dei giornalisti e la libertà delle idee".

I conti a quanto pare sono tornati. Ma i giornalisti non sono più liberi.

Questo tempo mi mortifica, mortifica chi tenta di conservare un'integrità, una saldezza, un interesse nei confronti dei contenuti per un trionfo dell'ovvio, del banale, del mediocre.

Ai giornalisti di Velvet un sentito grazie.




martedì 16 ottobre 2012

Peter Lindbergh, KNOWN AND "THE UNKNOWN", galleria Carla Sozzani.

"La mia definizione di bellezza viene dalla zona della Ruhr, dove sono cresciuto. E' un'area con la più grande concentrazione di industrie pesanti in Europa. La mia definizione di bellezza è certo diversa da quella di qualcuno nato a Venezia, Roma o Parigi. Ci sono realtà visive molto diverse che formano la nostra percezione della bellezza". Così parla Lindbergh del modo in cui guarda alla bellezza, in cosa la ritrova, in quale luogo la percepisce e per mezzo di questa visione ha operato per tutto il tempo della sua carriera fotografica, esordendo nel 1978 con le varie edizioni di Vogue. 

Lynne Koester, Paris, France, 1984


Qui la modella è ritratta accanto ad una macchina, lo scatto ci connette con lo scenario di una fabbrica, i suoi fumi e l'artificiosità insieme con lo stato inanime, e poi ci sono  la fatica fisica, il sudore, l'apparente mancanza di grazia. Nulla di meno glamour, nulla che si collochi armonicamente nel contesto della fotografia di moda, ricca, brillante, di quegli anni.

Kate Moss, 1994

Una donna, con addosso una tuta da lavoro. Ha i capelli raccolti naturalmente, non un filo di trucco, solo tanta pelle, naturalezza sua e della matericità del legno dietro di lei. Kate Moss è spogliata del suo essere personaggio iconico per essere ritratta nelle sue sole fattezze femminili delicatissime.

Helena Christensen and the stranger, Italian Vogue, El Mirage, California, 1990


Una strada sterrata, una figura elegante, una creatura strana che le cammina accanto e dietro di loro un'auto alla quale forse ritorneranno. E' una fotografia di moda, vi è immortalata una modella di degna fama, ma non ha nulla che possa far pensare al fashion tradizionalmente concepito. Pare una situazione fantascientifica, un universo parallelo o un futuro lontano, nel nostro mondo all'alba o nella sua decandenza.

Nadja Auermann



Queste immagini fanno parte del ciclo "Known-Images of Women", tratte dagli editoriali realizzati da Lindbergh per Vogue, Interview, Harper's Bazaar. Lindbergh lavora al servizio di un mondo, a volte o molto spesso (ammettiamolo pure) finto, eppure è comunque in grado di cogliere la straordinaria normalità delle modelle fra le più pagate al mondo, fornendo al tutto l'intensità e la poesia dell'immediatezza e della semplicità.

Merita al tempo stesso il ciclo "The Unknown", serie di immagini con le quali Lindbergh commenta visivamente il nostro incedere in una quodianità catastrofica, turbata e disturbante, minacciosa, in bilico. Lo compongono, fra gli altri, scatti con per protagonista Milla Jovovich, tratti della recente serie cinematografica "Invasion".






Le fonti artistiche a cui attinge sono varie, il cinema hollywoodiani degli anni '50, la fantascienza, eppure i fatti e i protagonisti potrebbero provenire dall'oggi, dal domani, non essendo precismente databili, collocabili.

Questa mostra non solo è il sunto di un periodo della moda splendido, ricco per contenuti, messaggi, donne meravigliose, ma è l'esposizione di un fotografo autentico che con la sua particolare cifra stilistica entra degnamente nella storia di quest'arte affascinante.

Potete (dovete!) ancora visitarla fino al 4 novembre, presso la Galleria Carla Sozzani, in Corso Como 10 a Milano. Buina visione.



venerdì 14 settembre 2012

Anna Dello Russo ci ha ciulati tutti

Partiamo dal presupposto che Anna Dello Russo ancora prima di indossare un capo di H&M si schianterebbe contro la metropolitana (due fatti improbabili entrambi, perchè è chiaro che lei non oserebbe mai trovarsi ad una fermata della metropolitana, manco se fosse quella di Montenapoleone).

Eppure in questi giorni sta facendo parlare tutti, ma proprio tutti tutti, con il video girato per sponsorizzare la collezione di accessori disegnata da lei per H&M. Eccolo riportato qui sotto, il noto corto del peccato.


Allora, al principio di tutto, è un fatto: se vogliamo veramente essere fashion, cool, ok, glamour, in, TOP, ammazzachefighe, oltre, pazzesche, dobbiamo irrimediabilmente assecondare le regole impartite da ADR. Quindi, noi giovinotte, attraverso la moda dobbiamo affermare, di lattice guarnite, la nostra libertà; tra lo stile e la moda dobbiamo preferire la seconda; la moda ha da farci sentire scomode (lei si scanna inguainata e su stivali prostitute che se solo fosse cascata, benvenuta sedia a rotelle), se nei nostri vestiti ci sentiamo comode, è certo che non saremo fashion; possiamo essere fashion a ogni età; indossiamo inaspettatamente abiti da sera durante il  giorno; se qualcuno ha copiato pari pari il nostro look allora vor dì che abbiamo azzeccato la scelta; un outfit non è per sempre ma per un'unica uscita; ogni taglia può essere fashion; gli accessori personalizzano qualsiasi mise.

Ora, la prima regola è una presa per il culo, dal momento che lei, come tutti i facenti parte del mondodelfescion, se poco poco non indossiamo qualcosa che faccia pensare a una spogliarellista del casinò di Las Vegas, ci guarderà come fossimo affette dalla lebbra. E allora, in buona sostanza, abbiamo al massimo la libertà di scegliere se comprare presso lo Zoccolaio di Milano o al negozio di carnevalate, sostenendo poi di aver fatto incetta dallo stilista emergente di turno. E pure la seconda è una presa per il culo, perchè ok, scegliamo la moda invece che lo stile e poi andiamo al supermercato... la neuro sceglierà noi. Con la terza ciao proprio, Anna da lontano ci sta facendo un bel gesto con il braccio destro, perchè cò sta cippa che lei si avvilisce sui chilometri di tacco quando va a farsi un giretto in Rinascente (avvistata da me medesima con scarpe basse e blaser minimal) e noi, invece, povere dementi, quasi ci strafacciamoo per terra per poi perdere gli incisivi, che ci costeranno quanto la somma con cui H&M ringrazierà LADELLO per la sua fantasmagorica collecscion. Poi, possiamo essere fashion a ogni età? Maccerto! Non mangiamo, affittiamo un chirurgo full-time e non pensiamo mancoperunminuto a qualcosa che non abbia a che vedere con la moda, così non ci vengono altre rughe e la plastica tiene. Ancora, dai vi prego, concertiamoci così, "da sera", e ancora una volta dirigiamoci al supermercato, che passa a prenderci la neuro di prima. Continuo? Con la "limited edition" di ADR for H&M tutte copieremo tutte e avremo fatto tutte la scelta giusta, che piacere, o no? Non ci dobbiamo azzardare a portare in giro gli stessi accessori più di una volta (eh, oh Anna l'hai detto tu!); se abbiamo 45mila cm di bacino possiamo essere, nonostante ESSI, fashion, ma LEI non lo pensa davvero, poichè LEI è sucata che tra un secondo gli escono gli occhi fuori dalle orbite; iiiiiiInfine, gli accessori danno carattere, quelli di ADR ci fanno avere il carattere di un trans al Pride di Buenos Aires.





In conclusione, non ve lo dico proprio che sta succedendo sul web, c'è chi la vorrebbe crocifissa, chi le dedicherebbe una croce, chi la snobba rimembrando lo stile alla Audrey epperò lo dice che la snobba perchè fa figo essere snob e tirarsela in quanto tale, e chi, colleghi, la slecchina, così poi, quando tutti travestiti si incontrano ai party non si contano le lusinghe mentitrici.

Io dico che lei è un GENIO perchè, comunque inosservata non è passata, su YouTube siamo tutti lì a contemplarla, ne scriviamo e ne discutiamo come fosse la Madonna di Fatima (che accostamento blasfemo) e da H&M ci sarà la fila (io da questa ultima verità prendo le distanze, perchè l'eccesso firmatoADR no grazie). Inoltre lei mica fa la snob, lei si è messa a fare PRISCILLA (guardate il film) ballando e cantando (con dubbie capacità) fregandosene delle sue dubbie capacità, è SUPERIOR, per la miseria!

Brava Anna brava, tutta la mia stima... però ora basta scarabocchiare disegnini per H&M, chiaro?


venerdì 7 settembre 2012

Tendenze invernali: "Di fiori saziami e di rombi straziami"

Durante gli anni Settanta le pareti erano un tripudio di forme geometriche dalle tinte forti al punto che la testa potevi bertela, e anche con i fiori non si scherzava: fitti fitti che ti ci perdevi. Insomma, si nutriva un certo gusto per l'iperdecorativismo, riscontrabile, sia chiaro, in tutta la casa e pure sui vestiti di signore e signorini.


Cravatte. Si, anche loro.


Facciamo un bel salto temporale, catapultiamoci nella seconda metà del Settecento. 

Motivi floreali sui corpetti, ornamenti a mazzi di petali di ogni sorta sulle ampissime gonne, mood-aiuola rivestivano le cronoline: le donne erano delle nature morte, a dispetto delle tinte delle stoffe, frequentemente accesissime e della "joie de vivre" che portavano nei letti dei re!


E ne vogliamo parlare di quando, ai primi del Novecento, agli stilisti venne la smania dell'Oriente? Paul Poiret ne fece la sua cifra stilistica, disegnando pantaloni alla turca e vesti da camera dalle "cineserie" stravaganti.



Infine, prendete le fantasie degli arazzi antichi, quelli dei tappeti armeni, le tappezzerie dei cottage inglesi, gli elementi barocchi e indiani come il paisley, mescolate ben bene insieme a tutto quello che ho citato prima e ve ne verrà fuori la tendenza predominante di questo autunno-inverno: il TAPESTRY trend.

Tutti i designer, a partire da Miuccia Prada, che pare sempre anticipare le correnti, sono stati travolti da questa policroma e multiforme faccenda e per essere davvero cool la moda impone il mescolamento di stampe diverse, perchè è bene non passare inosservati, manco in fila alle poste. Io, ma è parere personalissimo e umilissimo, sia chiaro, opterò per l'uso di un unico pezzo ornato da mitigare con altrettanti basici. Amo passare inosservata. Io.

Alcune proposte dalla passerelle. 

Antonio Marras

Marc Jacobs

Il primo a sinistra di Alexis Mabille, i restanti di Kenzo


Aquilano-Rimondi

Basso&Brooke

(Da sinistra a destra) Alice+Olivia, Burberry Prorsum, Marni


 Prada (primi due da sinistra), Rochas (ultimo)



Insomma, in un periodo di crisi nera non sentiamoci mortificate dalla scelta di prendere le tende e farci un vestito (Rossella O'Hara, donna dalle palle d'acciaio, lo fece per prima!), perchè non saremo affatto controcorrente!

La ScoMODAmente

venerdì 31 agosto 2012

Julie&Julia: l'amore per la cucina, quello per la scrittura e quello per i chili di troppo. Tiè!

Quando ho visto, molto in ritardo, il film Julie&Julia, ho avvertito un senso di sazietà e leggerezza, di speranza e fiducia nella redenzione.


In questa pellicola di Nora Ephron (mitica sceneggiatrice, regista, scrittrice, produttrice, venuta a mancare di recente) Amy Adams e Meryl Streep interpretano rispettivamente Julie Powell e Julia Child, donne realmente vissute (Julie è tuttora tra noi, non noi italiani, ma insomma avete capito) e con in comune la passione per il cibo. E' il 2002 e la Powell, ex brillante studentessa e aspirante scrittrice, si ritrova a lavorare in un call center di una società che si occupa di ricostruire i luoghi devastati dalla strage dell'11 settembre 2001. Una cosa leggera.



Parallela la storia di Julia, moglie di un diplomatico che segue nei suoi numerosi spostamenti. E finisce così a Parigi, nel 1949, e lì scopre un amore incommensurabile per la cucina francese. Si iscrive allora a una scuola dove poterla imparare perfettamente, la Cordon Bleu, pur mettendoci un pò della sua divertente improvvisazione. Finisce che, in compagnia di due sue amiche, inizia ad insegnare e poi a intraprendere il progetto della stesura di un libro di ricette francesi per gli americani, che sarebbe stato pubblicato, con il titolo "Mastering the Art of French Cooking", in due volumi (nel 1961 il primo e nel 1970 il secondo).


Julie, con un libro in pausa e che non riesce a concludere, nutrendo una profonda stima per Julia Child e l'amore per la tavola, s'imbatte nemmeno tanto consapevolmente in quello che si rivelerà lo strumento grazie al quale affermarsi finalmente nell'editoria: inaugura un blog nel quale racconta di come preparare le 524 ricette contenuto nel famoso libro. Il tutto dovrà essere compiuto entro 365 giorni. L'obiettivo è sfondare la frustrazione per il suo stato di precarietà e l'incapacità a portare a termine qualsiasi cosa intraprenda. Seguiranno una separazione dal marito, tale è l'entusiasmo e poi l'ossessione per il progetto, e infine il successo del blog, guadagnandosi infiniti lettori e un articolo sul New York Times



Lezione numero uno: se sguazziamo nella noia e poi nella simil-depressione convincedoci di essere falliti, di non valere una cippa e che la nostra esistenza sia cacca e nient'altro succederà che tutto questo avverrà per davvero. Ma se tentiamo strade inconsuete, apparentemente lontane da quella che avevamo immaginato per noi... puff, ecco, quelle potrebbero rivelarsi le più giuste per noi. Lo so, scrivendo in questi termini sembro Alice nel Paese in cui tutto alla fine va bene. Che schifo.

Lezione numero due, che vi propino partendo dalla mia esperienza personale: io sono innamorata del buon cibo, mi siedo a tavola con un piacere immenso e addento bocconi di parmigiana, linguine agli scampi e ciambotte calde (in inverno, bando al masochismo) e sorseggio Vermentino, Barolo e Chianti come se non ci fosse un domani. Ma con sempre più frequenza sono circondata da vegetariani, vegani, salutisti, cultori del corpo e grasso-fobici. Ogni volta che sono in loro compagnia mi viene dentro come una strana ansia e poi pure un senso di colpa, a me, burro addicted, panna quanto basta, pancetta per insaporire, lardo e aneto. Ora non è che mangi così ogni giorno, altrimenti anche  il colesterolo verrebbe fuori quanto basta a farmi crepare, ma a cene e aperitivi non mi flagello. La mia cellulite me la tengo, i miei rotolini vado a smaltirli in piscina e ai fornelli mi esprimo tra un mestolo e un sorso di vinello. Ora, che porca vacca c'è di sbagliato a godersi la vita, che poi si sa che tanto finiamo tutti in una fossa? Non sarebbe più sano ed educativo condurre un'esistenza coltivando con equilibrio tutto quanto la rende più interessante? Naturalmente non sto parlando di quanti già hanno un rapporto sensato con il cibo, ma dei fissati e dei fondamentalisti della tavola o di quelli che esclamano: "certo, sei ingrassata, neh!". Julia Child diceva: "Il solo momento buono per consumare cibi dietetici è mentre si aspetta che la bistecca sia cotta". Santa subito.

Julia Child, quella vera.



P.S.Sono stata a cena da un mio amico "veganic". E ho mangiato divinamente.