venerdì 1 giugno 2012

Dalle mie parti frequentare il chirurgo is the "new black"


Qualche giorno fa mi sono rivolta ad una donna di circa 40 anni chiamandola “signora” e lei ha sgranato gli occhi, sconcertata. Mi ha detto che con quell’appellativo la facevo sentire vecchia, io, in fin dei conti non ero molto più giovane di lei, quindi perché impiegare una parola con cui creare una distanza temporale che avrebbe mortificato lei e lusingato me? Alla domanda postami, io non ho avuto altra risposta che “mi dispiace, non volevo offenderla, cara (ecco, forse questo, di appellativo, sarebbe stato più diplomatico e rassicurante), ha un aspetto magnifico e “signora” no, non le rende giustizia affatto”. In conclusione, ero sconcertata io. Fa tanta paura invecchiare che non si riconosce più in una parola l’educazione, il rispetto, la cortesia, il distacco (quando non c’è la confidenza), che si vogliono passare alle donne, se a loro ci si rivolge. Terrorizzano gli anni che trascorrono naturalmente, ma soprattutto terrorizza l’idea che gli altri se ne accorgano.

Mi vengono in mente tutte quelle signore che si aggirano per le strade di Milano, dai visi chiaramente segnati, non dall’età ma dal bisturi, mi vengono in mente i loro nasi appuntiti, i loro zigomi-bomba, i loro occhi tirati e quelle bocche gonfie e non solo ne sono inorridita ma anche rattristata, e delusa. Martoriare il proprio corpo per inseguire l’eternità, ma ottenere l’unico risultato della non riconoscibilità. “Rifarsi” significa assumere gli stessi lineamenti di tutte quelle che prima di te si sono rifatte e allontanarti dalla tua originalità. Il fascino del tempo, l’eleganza della verità sacrificate alla bellezza priva di imperfezioni. E la pubblicità, la moda, lo spettacolo indicano la via: Sharon Stone che sponsorizza creme anti-age mentre il suo volto appare impeccabilmente liscio e tuttavia quella non è lei;



Madonna che su Vanity Fair del 9 maggio si mostra radiosa con il ventilatore sparato in faccia; 



Ornella Muti mi ricorda Veronica Lario, stessa espressione, e non è più lei… 



La chirurgia, poi, ti priva di uno strumento per noi prezioso: la comunicazione dello stato d’animo. Che tu rida, pianga o sia sgomento, la faccia, rifatta, è quella, solo più aliena. Guardare Carla Bruni per credere.



Ah, poi mi viene in mente una mia compaesana e mia coetanea, sotto i ferri da 10 anni. Ha ritoccato gli zigomi, il naso, la bocca. Oggi assomiglia sorprendentemente a delle altre ragazze filo-bisturi sue care amiche (sì, dalle mie parti frequentare il chirurgo is the new black, come si dice oggi) e poi lei sì mi pare davvero una signora con qualche vago accenno alla transessualità. Eppure me la ricordo, era così carina. La chirurgia peggiora e alle volte invecchia. Che smacco.

lunedì 28 maggio 2012

La "Dolcevita" è da Nespresso

Giovedì 24 maggio si è tenuta la seconda edizone di "Dolcevita", evento organizzato da Style Magazine in collaborazione con l'Associazione di Via Montenapoleone.

Io ne ho parlato qui e oggi pubblico le foto dell'evento che mi sono state gentilmente inviate:







Mini tortino di riso e zafferano con cioccolato fondente cru Kumabo 80%. Delirio.



E sì, c'ero anche io!



venerdì 25 maggio 2012

Pia Bianchi Press Day


La scorsa settimana sono stata invitata al press day dello showroom di Pia Bianchi. A dire il vero non conoscevo questo posto, nè la sua proprietaria, avevo ricevuto informazioni sulla sua persona, quindi sulla sua versatilità, sul fatto che fosse una pr, una scrittrice, che si occupasse di marketing, ma mai vista personalmente, mai approfondito il suo ruolo nel settore così fitto della moda. Mea culpa, mia ignoranza. Ebbene, varcata la soglia del suo showroom, ho avuto il piacere di stringerle la mano e di conversare con lei. Disponibile e ospitale, mi ha illustrato, con il sostegno dei suoi giovani assistenti, le collezioni scelte per il prossimo autunno-inverno: cinque marchi apparentemente distanti fra loro, in realtà con un denominatore comune, quello della particolarità.

Ho apprezzato molto Gazèl, azienda udinese nata nel 2001 grazie all’estro e alla determinazione di Alessandra Verona, eclettica ex ballerina di Pina Baush, che ha contenuto in questo nome, Gazèl appunto (termine nordafricano con cui s’intende una donna intensa ma anche leggera) la sua concezione della donna contemporanea, dinamica, ironica, forte. Investe di continuo sulla ricerca di materiali e di stili sempre nuovi, rispetta l’ambiente la sua azienda “rosa” e crea una moda femminile e portabile insieme, con una notevole attenzione per i dettagli.

Di seguito uno dei look e i pezzi da me prediletti:











Ho gradito molto un certo accento folkloristico, i colori caldi, la ricercatezza e degli accenni romantici.

Siamo passati, poi, ai pezzi di Desigual, marchio in continua crescita e con all'attivo prestigiose collaborazioni (vedi quella con monsieur Lacroix), la cui nota costante è la vivacità, di colori, disegni, tagli e la coesistenza di rimembranze svariate, come l’etnica con quella barocca.



I jeans di LEROCK mi sono stati raccontati come miracolosi: le particolari cuciture sono state realizzate in maniera tale da ottenere il cosiddetto risultato “bottom up”… mai glutei più nobili, signore e signorine! E poi c’è l’elaborazione del classico cinque tasche con declinazioni fashion così da prendere le distanze dalla concorrenza. Quindi applicazioni di cristalli e le paillettes, per un risultato forte e sexy. 



Niù, i cui capi sono ottenuti da un gioco di sovrapposizioni, forme insolite, colli stravolti, accostamenti di tessuti tradizionalmente discordanti ma dal risultato curioso e insieme fresco.



Infine la stessa Pia mi ha parlato di Castañer, azienda nota per le tipiche espadrillas, che fa capo oggi a Isabel, la quale lavora per il gruppo di famiglia ormai da cinquant’anni. Per chi non fosse informato, le espadrillas, o alpargatas, sono scarpe di tela con suola in sparto, una fibra naturale intrecciata e a Girona, tra Barcellona e il confine francese, i Castañer le producono ufficialmente dal 1927. Negli anni ’60 è lei ad intervenire personalmente nell’azienda della famiglia del marito Lorenzo, e insieme a lui ne risolleva le sorti. Con intuito e coraggio rivoluziona l’idea tradizionale, e nei ’70, dietro richiesta di Yves Saint Laurent, la stravolge: nasce l' espadrillas con tacco. Di lì è un’evoluzione costante, per materiali e forme (così da assicurarsi il futuro senza divenire oggetto di repertorio), e nonostante tutto la conservazione di una semplicità raffinata per cui a sceglierle sono proprio tutti.
 Pia me la commenta come una persona cordiale e umile, Isabel, avvicinabile, per così dire, di quelle che non snobbano, nonostante i meriti e la geniale creatività. Mi vengono mostrate le calzature Castañer, adagiate proprio di fronte alla sua scrivania, all’interno del suo studio personale e mi conferma come, pur essendo partiti dalle zeppe in corda, l’azienda abbia poi ampliato la produzione comprendendo quest’anno sandali invernali in velluto dai colori sorprendenti: un aggettivo solo, eccezionali.

Tutto quanto vi ho descritto si trova all’interno di uno spazio, una ex stamperia degli anni ’50, in zona Porta Romana, tutto aperto e dove solo poltrone stampate a fiori, libri, abiti creano un movimento mai banale. Un luogo affascinante, fa un po’ casa, per niente asettico, proprio come Pia.

Rimando a questo link per conoscerne gli interni.

Ringrazio Pia Bianchi e il suo staff per la cordiale accoglienza e l’affabilità,

La ScoMODAmente

venerdì 18 maggio 2012

Il nudo come il burqa. Islam e Occidente mai così vicini


«E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare».

(Verso 31 della sura XXIV)

Mi è venuto in mente il Corano, quando ho incrociato, poco tempo fa, una donna interamente coperta da un burqa, di quelli tutti neri, con la retina all’altezza degli occhi. Quel burqua me lo sono sentito addosso e ho avvertito un senso spiacevole di claustrofobia.



Poi sul web ho visto questa foto:



È Sara Tommasi. Senza mutande. Lei dice che si denuda per protestare contro la corruzione dei politici, contro il signoraggio bancario e altre nobili cause. 

Ci troviamo di fronte a corpi di donna, uno interamente “nascosto”, l’altro oltremodo “esposto”. La donna islamica indossa il burqa per liberare l’uomo da ogni forma di pensiero sessualmente molesto intorno al suo corpo e dunque per proteggere la propria integrità, fisica e psicologica. C’è, in questo gesto, la volontà di vivere a margine, come un'ombra, al riparo dai rischi. Sara, presa in questo caso a esempio di donna occidentale, svela il suo intimo, concependolo come un mezzo con cui calamitare gli occhi di tutto, ufficialmente per la contestazione, in realtà per un bisogno drammatico di attenzioni.
In entrambi i casi io mi accorgo di una mancanza di libertà, una libertà mentale, di quelle che non inducono a gesti estremi, ma piuttosto consentono un atteggiamento equilibrato con cui guardare a noi stesse non come sesso ma come individuo. La donna islamica e quella occidentale non sono libere, entrambe, perché entrambe mortificano il corpo, l’una seppellendolo, l’altra mercificandolo. Due forme estreme di umiliazione che fino a quando esisteranno non ci consentiranno mai di essere veramente pari agli uomini. E non ci sarà femminismo che tenga.

venerdì 11 maggio 2012

Museo della Calzatura di Vigevano "Pietro Bartolini". Si può fare di più.

Sarò onesta, quando sono stata informata dell'esistenza, qui in Italia e a Vigevano per l'esattezza, di un museo della calzatura di rilievo internazionale per me facilmente raggiungibile (perchè poco distante da Milano), mi sono entusiasmata come una bambina, eppure mi sono subito interrogata sul perchè tanti non ne sapessero nulla. L'ignoranza ha allertato il mio senso critico. Mi armo di borsa condominiale con dentro acqua, macchina fotografica, agenda e pashmina per la cervicale e vado a scoprire.

Vigevano possiede una piazza incantevole, un salotto a cielo aperto, un duomo finemente affrescato, il castello un tempo abitato dai Visconti e dagli Sforza e qui, in questo contesto culturalmente ricco, è stato fondato, nel periodo del boom economico, il Museo Internazionale della Calzatura "Pietro Bartolini" (quest'ultimo il primo sostenitore a cui fu intitolato). 



Ho fatto il mio ingresso all'interno della prima scuderia del castello, dove il museo risiede, e ho cominciato ad immortalare qualsiasi cosa fosse presente nelle sale, a partire da quella della "Duchessa", dove è collocata la riproduzione della pianella appartenente a Beatrice D'Este (e tuttavia nel museo si può ammirare anche l'originale).


Seguono calzature delle varie epoche storiche, dalle settecentesche Moliere alle scarpette infantili di fine '800 agli stivali invernali da passeggio dei primi del '900 e poi delle straordinarie Paul Poiret e i sandali seventies con zeppe e tacchi altissimi che anche oggi indossiamo .



Paul Poiret




Il museo possiede anche dei modelli appartenuti a personaggi illustri, vedi quelle di Benito Mussolini, del 1922, di Marilyn Monroe, di Papa Pio XI e ancora calzature provenienti da paesi lontani. Bella la sezione dedicata ai designer contemporanei, quali Manolo Blahnik, Alexander McQueen, Minna Parikka, loro e tanti altri confermano come la moda sia anche una forma di comunicazione artistica e non solo mezzo con cui assecondare un bisogno primario.

Décolleté di Marilyn Monroe


Dalla Cina, 1900


Alexander McQueen


Minna Parikka


Concludono il percorso esempi di scarpe bislacche per fattura e ancora quelle realizzate proprio qui a Vigevano fra i '50 e '60, periodo in cui la cittadina vantava una produzione considerevole destinata soprattutto all'estero (qui venne realizzato anche il primo tacco a spillo, la cui fortuna è a tutti nota).

Omaggio a Magritte, Ambrogio Bellazzi, Vigevano 1999





In un'ultima analisi, anche il museo ha festeggiato i 150 d'Italia con una mostra con per protagonista lo stivale, la cui forma ricorda quello della nostra penisola: tante teche all'interno delle quali si trovano, in un ordine cronologico, esempi di stivali creati in Italia.

In questo caso, mancando gli originali, hanno mostrato delle istantanee.


Considerazioni? Non ho trovato nessuno ad accogliermi quando sono entrata nella struttura, nessuno che mi abbia fornito delle informazioni, che mi abbia detto di non scattare foto. Mi sono trovata incomprensibilmente sola in un luogo nel quale il lavoro di esposizione mi è sembrato piuttosto sommario e la categorizzazione delle scarpe a volte confusa. La mostra sui 150 anni dello stivale in Italia, poi, mi è parsa il lavoro di gruppo di una classe elementare quando ho visto appiccicate, non senza mio disappunto, figurine di personaggi dei cartoon a decorare una teca sulle canzature per bambini.

Il museo è stato ricavato al secondo piano di una delle scuderie del castello, la cui struttura principale non è visitabile e il cui giardino interno è uno spazio trasandato. Il motivo di tale trascuratezza è la mancanza di soldi e la conseguenza è nel fatto che un luogo di tale valore storico stia degenerando. Il  Museo subisce anch'esso i danni di questa crisi e allora appare gestito con incuria e si permette il lusso di consentire un ingresso gratuito. A mezzora da Vigevano si trova Milano, meta ambitissima dai turisti della moda, che visiterebbero con piacere un luogo che vanta un patrimonio di circa duemila pezzi evidentemente poco apprezzati.

In Italia questo fatto rientra in una normalità desolante. Mi sono consolata con un caffè in piazza, la cui vista ha compensato la delusione.


venerdì 4 maggio 2012

Campagne pubblicitarie oggi come ieri

Causa pene d'amore e lavoro totalmente inutile, ho trovato poco tempo per partorire un post dignitoso (non me ne vogliate, è pur sempre un blog, un contenitore dove ho comunque il diritto di condividere con voi pure una parte di vita privata che inevitabilmente condiziona le parole che trovate qui dentro). Tuttavia una considerazione veloce voglio farla e me ne aspetto da voi altrettante.

Osservate queste immagini:

Bulgari Omnia Coral, anno in corso


 Roberto Cavalli Eyewear, spring-summer 2008


 Tommy Hilfiger, spring-summer 2012



Veruska in YSL per Vogue, 1968


Epoche diverse, a volte pochi anni fra una campagna e l'altra, e tuttavia stessi contenuti, scenari, aria, stili, fiori. Che la creatività, anche quella pubblicitaria, non faccia più parte di questo mondo?

Attendo e vi auguro una giornata figherrima.